Il sesto incontro della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta

Report e intervista a cura della redazione web
Dal 13 al 16 novembre, a Chianciano Terme (SI), si è svolto il sesto incontro della Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta, un coordinamento internazionale che raggruppa alcune tra le principali organizzazioni sindacali conflittuali e di base del mondo. Fin dall’incontro fondativo (Parigi, 2013), gli attivisti sindacali del Pdac e della Lit-Quarta Internazionale sono stati parte attiva nella costruzione di questo coordinamento internazionale, l’unico che ha tra le sue discriminanti l’opposizione ai governi borghesi di tutto il mondo.
Tra i principali sindacati promotori della Rete troviamo la Csp Conlutas del Brasile (la più grande tra le confederazioni sindacali presenti), dove sono attivi le compagne e i compagni del Pstu (la sezione brasiliana della Lit-Qi). Altre importanti organizzazioni sindacali che fanno parte di questo raggruppamento sono la francese Solidaires (in prima linea negli scioperi e nelle lotte in Francia) e la Cgt dello Stato spagnolo. Vari sindacati conflittuali italiani partecipano alla costruzione di questo coordinamento internazionale: Cub, Si.Cobas, Adl Cobas, Sial Cobas, Usi e tanti altri. Si tratta di un coordinamento aperto anche ai comitati e coordinamenti di lotta: anche il Fronte di lotta No Austerity ne è parte attiva. È possibile leggere il Manifesto conclusivo dell’incontro qui:www.frontedilottanoausterity.org/articoli/manifesto-del-6-incontro-della-rete-sindacale-internazionale-di-solidarieta-e-di-lotta/
In occasione di quest’ultimo incontro, era presente una combattiva delegazione del nostro partito, costituita da compagni in prima linea nelle lotte operaie (settore gomma-plastica) e dei ricercatori universitari.
In questo articolo intervistiamo Vincenzo Spagnolo, compagno del Pdac, in prima linea nelle lotte delle precarie e dei precari dell’università, che ha partecipato all’incontro in rappresentanza delle Apu (Assemblee precarie universitarie) e del Cpu Siena (Coordinamento del Precariato Universitario), oltre che del Fronte di Lotta No Austerity.
Vincenzo, questa per te è stata la prima partecipazione a un incontro internazionale della Rete. Quali le tue impressioni? Pensi possa essere uno strumento importante per lo sviluppo delle lotte nel mondo?
Sì, per me è stata la prima esperienza in un contesto di questo tipo, che descriverei come entusiasmante. Oltre 200 delegate e delegati da decine di Paesi da tutto il mondo e decine di organizzazioni sindacali e di movimento rappresentate. Già solo questi numeri esprimono il senso di un’iniziativa internazionale e internazionalista, ma non è solo una questione di quantità. Quel che mi ha colpito maggiormente è la qualità degli interventi e il valore delle esperienze e delle lotte rappresentate. L’impressione netta è quella di un livello molto diverso da quanto ho visto in questi ultimi anni in altri contesti di lotta. Inutile dire che siamo lontani anni luce dagli uggiosi scenari ritualistici e ingessati che caratterizzano le burocrazie delle organizzazioni sindacali, grandi e piccole (anche laddove riescano a muovere numeri di tutto rispetto e parole d’ordine apparentemente combattive). D’altronde, è una questione di qualità, come si diceva.
A Chianciano sono stati anche giorni di intenso e stimolante dibattito, dove si sono confrontati punti di vista in parte differenti. Quali sono stati i principali temi di discussione e quali posizioni hanno sostenuto i compagni del Pdac lì presenti?
Durante la prima plenaria abbiamo avuto modo di conoscere meglio la Rete e le organizzazioni che vi aderiscono. Queste hanno descritto la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici nei rispettivi Paesi e il modo in cui la Rete contribuisce alla loro lotta. In tal senso, i temi trattati abbracciano davvero tantissimi campi, dagli attacchi specifici delle varie categorie professionali nei vari Paesi ai problemi legati all’economia di guerra o alla guerra combattuta, all’ambiente e cambiamento climatico, alle discriminazioni e oppressioni. Dopo le «presentazioni», il resto dell’incontro si è focalizzato intorno a ulteriori plenarie (di cui una, molto significativa, sulla repressione) e gruppi di lavoro tematici (per settori professionali e per argomenti generali). Non sono mancati momenti di forte emozione, come quando abbiamo saputo «in diretta» della reintegrazione al lavoro del compagno Mancha, alla General Motors (grazie anche alla potente pressione della campagna di solidarietà internazionale promossa dalla Rete) o come quando sono intervenute le delegazioni del Venezuela, dell’Ucraina e della Palestina.
Mi ha colpito molto constatare da testimonianza diretta come fossero ribaditi tanti concetti che noi del Pdac esprimiamo sempre nel nostro intervento politico: la comune radice capitalista di tutti i grossi problemi dell’umanità, la sostanziale identità di condizione della classe lavoratrice (al netto dell’intensità dell’attacco), il rifiuto di ogni logica di subordinazione o concertazione ai padroni, la necessità di dare una risposta internazionale e internazionalista al problema. Di conseguenza, anche la comune conclusione espressa da tanti interventi mi è sembrata abbastanza logica e lineare.
Siamo di fronte ad una crisi irreversibile degli equilibri con cui l’imperialismo ha chiuso i precedenti conflitti e ora sempre più la diplomazia delle armi sta configurandosi come l’orizzonte concreto del prossimo futuro per ristabilire i nuovi equilibri di potenza. Gli interventi dei compagni e delle compagne del Pdac (e della Lit più in generale) hanno ben sottolineato come la sola soluzione all’ennesima catastrofe annunciata di una guerra inter-imperialista combinata ad una crisi climatica senza precedenti sia un radicale cambio di sistema socio-economico: fino a che le regole del gioco saranno dettate dal capitalismo, nessuna soluzione sarà mai davvero reale (tantomeno definitiva o anche solo efficace).
A tal proposito, tra le delegazioni più applaudite ci sono state quelle di Palestina, Ucraina e Venezuela. Ce ne puoi parlare?
Certamente, ma prima è utile una premessa sulla composizione della Rete (che non è certo composta da soli/e militanti della Lit). Si tratta di lavoratori e lavoratrici attivi/e in prima linea nelle lotte (non di piccoli burocrati sindacali e teorici da salotto). Molti/e di loro provengono da Paesi dipendenti (e dunque conoscono bene sulla loro pelle anche le forme più brutali dello sfruttamento imperialista). Fanno parte di varie organizzazioni sindacali ed alcuni/e esprimono orientamenti politici radicali (anche se differenti). Ho fatto questa premessa perché, se è vero quanto afferma Marx, è l’essere sociale che determina la coscienza (sia pure in forme contraddittorie, a causa dell’influenza della coscienza dominante su quella delle classi subalterne). Di conseguenza, gli interventi dei compagni e delle compagne da Palestina, Ucraina e Venezuela, in certo senso, erano un concentrato di essere sociale e coscienza della nostra classe, il che si è riflesso nella praticamente unanime acclamazione da parte dell’intera sala.
Dire oggi che la causa palestinese esprima ad un buon livello la coscienza collettiva di chi sta invadendo le piazze di tutto il mondo è praticamente tautologico. Non si può dire la stessa cosa, purtroppo, rispetto alla difesa della causa venezuelana ed ucraina, nonostante, come dimostrino tra l’altro i fatti degli ultimi giorni, siano al centro dello scenario mondiale. Ebbene, di fronte alla classe cosciente che lotta, le teorie strampalate dei teorici del multipolarismo o di presunti fronti (borghesi) antimperialisti sono crollate senza troppa difficoltà.
I compagni del Venezuela, che oggi sono in prima linea contro l’intervento di Trump, a Chianciano hanno fatto interventi potentissimi contro le minacce dell’imperialismo yankee al loro Paese (già evidenti nei giorni della Conferenza), ma allo stesso tempo non hanno risparmiato una parola di condanna nei confronti del regime corrotto e oppressivo di Maduro (denunciandone le politiche antioperaie e la brutalità della repressione). Hanno dato l’esempio di come la lotta di classe si faccia in piena indipendenza di classe e non subordinandosi a questa o quella borghesia nazionale, anche quando qualcuno la dovesse etichettare come antimperialista (evidentemente per equivoco… o più semplice opportunismo) (1).
Analogamente, gli interventi delle compagne e dei compagni dell’Ucraina, non hanno lasciato dubbi sulla natura di classe della loro Resistenza contro l’imperialismo russo. Anche loro, nel denunciare la criminale invasione di Putin, non hanno rinunciato a denunciare la politica antioperaia e repressiva di Zelensky (demolendo molte delle falsificazioni della propaganda putiniana e stalinista). Eppure, alcuni settori della Rete hanno continuato a sostenere l’idea astratta del disfattismo bilaterale, come se in Ucraina (al pari della Palestina) non esistesse un popolo oppresso che ha il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza contro un’invasione imperialista. Questo mette in evidenza il peso della coscienza dominante e dei settori opportunisti nel movimento dei lavoratori, anche all’interno dei segmenti combattivi della nostra classe. Il dibattito sulla Resistenza ucraina è stato abbastanza intenso, ad ogni modo, la solidarietà internazionale ha prevalso nettamente (e probabilmente non a caso, data la composizione della Rete). Credo non sia secondario rilevare come tutti i compagni e le compagne provenienti da Paesi dipendenti (inclusa la Palestina) abbiano manifestano pieno sostegno alla causa ucraina.
Si è discusso anche delle mobilitazioni e degli scioperi in Italia. Pensi che questo strumento sia importante anche per le lotte in Italia, inclusa quella dei precari dell’università?
Per lavoro mi sono trovato tante volte all’estero o in contatto con colleghi/e stranieri/e e, fino a pochi mesi fa, ho sempre dovuto sperare che, durante la conversazione, non venisse fuori la solita battutina su bungabunga, mafia, Meloni e tutte quelle amenità che contribuiscono ad alimentare un senso di vergogna costante verso le proprie origini. Ebbene, per la prima volta in tutta la mia vita, ho sentito dire «fare come in Italia», «bloccare tutto» (da compagni e compagne che, in altri Paesi, dirigono lotte gigantesche). In molti/e ci chiedevano come avevamo fatto a realizzare quel salto di qualità della lotta di classe che si è manifestato tra fine settembre e ottobre, il tutto con sincera ammirazione e interesse internazionalista. L’Italia è diventata un esempio non semplicemente per i numeri memorabili delle mobilitazioni e degli scioperi generali (che in ogni caso nessuno avrebbe mai neppure lontanamente sperato fino a pochi giorni prima). Per la prima volta dopo decenni, la classe operaia è scesa in massa nel campo della lotta, al fianco dei giovani e per una causa internazionale (neppure per questioni prettamente economiche): il sostegno alla Resistenza palestinese (con la Global Sumud Flotilla che ha fatto da scintilla e l’arroganza del governo e del sionismo da benzina). Il fattore determinante di quelle mobilitazioni è stata l’entrata in campo della classe operaia in sciopero, che unitasi al movimento per la Palestina ha portato a risultati ben oltre le più rosee aspettative, spaventando le stesse direzioni sindacali, più interessate al controllo della loro base attraverso piazze e date separate che allo sviluppo in senso rivoluzionario del conflitto di classe.
La Rete non è semplicemente uno strumento utile anche per le lotte in Italia, è necessario per la lotta di classe di tutto il mondo. La pluralità delle sue voci, l’interconnessione e lo scambio delle esperienze, la solidarietà attiva e internazionalista, sono tutti elementi fondamentali per consolidare la coscienza di classe e potenziare le lotte. Attraverso l’elaborazione del manifesto abbiamo fatto un esercizio dialettico e collettivo importante per vedere l’insieme dietro le sfaccettature e per cogliere gli effetti del tutto nelle scale locali. Abbiamo dovuto ragionare costantemente su entrambi i binari, locale e internazionale, cogliendo le dinamiche comuni di determinati attacchi e, dunque, la necessità di una risposta comune. Questo l’ho trovato riprodotto in tutte le relazioni dei settori professionali e delle commissioni tematiche e, nello specifico, anche nella commissione sul lavoro di istruzione e ricerca (che, non a caso, includeva al proprio interno anche lavoratori e lavoratrici dei servizi).
Proprio l’esempio dell’Università è emblematico: istituzioni di stati diversi (normalmente con regime pubblico) in tutto il mondo sembra stiano subendo un attacco strutturale simultaneo (seppure con intensità e connotazioni leggermente differenti). L’università italiana è sotto un ferocissimo attacco e a farne le spese nell’immediato sono decine di migliaia di precarie e precari della ricerca. Ma non finisce qui, ora già si sente parlare delle ricadute su lavoratrici e lavoratori dei servizi (esternalizzati), sul personale tecnico-amministrativo, sul mondo studentesco e, a breve, anche sulla casta/corporazione docente. Verrebbe da dire che lo avevamo detto già da più di un anno, anche perché, differentemente da riformisti e burocrazie sindacali, per affrontare il problema non ci siamo appellati né alle prassi ammuffite della concertazione dipartimentata, né tantomeno alle cialtronerie postmoderniste. Abbiamo applicato il metodo della dialettica marxista e questo già ci ha portati, ad un certo punto dell’elaborazione, a riconoscere la natura internazionale del problema: l’attacco all’università italiana è parte di un processo generale internazionale. Queste teorizzazioni trovavano i loro indizi nelle mobilitazioni in atto da anni in vari Paesi (si vedano la Spagna e la Serbia, per citare dei casi esemplari), nel corso dell’incontro della Rete a Chianciano hanno trovato piena ratifica. Il documento elaborato dalla commissione per il lavoro di istruzione e ricerca e una mozione di solidarietà con la lotta del precariato universitario sono pubblicate sul sito della Rete.
Il capitalismo è un’organizzazione criminale internazionale che agisce in modo piuttosto prevedibile, adattandosi ai vari contesti in cui opera. Nei momenti di crisi, i primi attacchi sono rivolti allo stato sociale. Istruzione e ricerca sono ovunque sotto attacco poiché ovunque il capitalismo, oltre a continuare la rapina ordinaria di salario, tempo e diritti alla classe lavoratrice, sta cercando di dirottare risorse pubbliche sempre crescenti su una voce di spesa strategica per il prossimo futuro. La tendenza generale, infatti, vede un incremento delle politiche iper-reazionarie e di militarizzazione per preparare il passaggio dalla politica della diplomazia a quella delle armi, in cui i predoni imperialisti tenteranno la nuova spartizione del mondo. In tal senso, la lotta a difesa dell’Università e della ricerca pubbliche (ma lo stesso dicasi per la sanità, i trasporti, i diritti sul lavoro, l’autodeterminazione dei popoli oppressi) sono lotte internazionali, poiché internazionale è la natura dell’attacco. Sono parti di una lotta generale che, per vincere veramente e una volta per tutte, deve portare alla cancellazione del capitalismo in ogni parte del mondo. Sia pur con tutte le orrende contraddizioni che caratterizzano il mondo accademico, anche questo è al momento una delle palestre in cui si forgia la coscienza di classe e la Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e di Lotta è uno degli strumenti migliori che abbiamo per creare connessioni reali e indipendenti dalle manovre delle burocrazie sindacali traditrici e delle organizzazioni riformiste e opportuniste.
Tuttavia, come ci ricordano i nostri maestri, «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti», il che implica che la coscienza socialista non si forma spontaneamente nelle lotte ed anche gli ambienti più avanzati ne sono influenzati (se così non fosse, i conti con il capitalismo li avremmo abbondantemente chiusi da tempo). Le lotte sindacali e di movimento, da sole, non riescono a spingersi oltre una certa soglia e tutte le conquiste parziali che possono essere raggiunte saranno poi cancellate e riassorbite con gli interessi dal capitalismo. Ciò evidenzia la necessità di un Partito internazionalista di tipo bolscevico (in quanto condensato di due secoli di lotta di classe e Rivoluzioni) che intervenga nelle lotte portando il socialismo «dall’esterno». Il ruolo e l’azione di questo Partito è quello che ho potuto riscontrare nel lavoro di tutte e compagne e i compagni che erano presenti. L’esempio più impressionante è forse dato dalla Csp Conlutas (uno dei sindacati fondatori della Rete), in cui il PSTU (la sezione brasiliana della Lit) ha un ruolo egemone. Ma, come dicevo, che fosse negli interventi delle riunioni plenarie, delle tematiche o di quelle dei settori professionali, le compagne e i compagni presenti attuavano esattamente il ruolo di avanguardie della Rivoluzione socialista mondiale.
Note
1. Qui la dichiarazione della Rete sui recenti fatti in Venezuela https://www.frontedilottanoausterity.org/articoli/condanniamo-i-bombardamenti-imperialisti-contro-il-territorio-venezuelano/

























