Referendum sulla Giustizia: le ragioni del nostro NO

Risoluzione del Comitato centrale del Pdac
Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 l’elettorato sarà chiamato a pronunciarsi, tramite un referendum costituzionale confermativo, sulla cosiddetta Riforma Nordio relativa all’architettura del potere giudiziario, che mira a sdoppiare l’organo di autogoverno dei magistrati (Csm) al fine di separare la magistratura giudicante da quella inquirente, aggiungendo un terzo organo (sovra-posizionato) deputato alle sanzioni disciplinari.
Ieri e oggi
Negli anni Novanta del secolo scorso Berlusconi ne fece il suo cavallo di battaglia, impegnando il partito da lui fondato, Forza Italia, e i suoi alleati di governo, contro la magistratura che per tutelare gli interessi di altri settori borghesi perseguiva lui e le sue aziende per gli infiniti affari sporchi, corruzione e rapporti con la borghesia mafiosa, varando una riforma che per intenderci potremmo definire «soft», vale a dire attraverso legge ordinaria.
Oggi il governo Meloni vuole intervenire sull’impianto costituzionale, completando così l’obiettivo di separare strutturalmente i Pm dai giudici. Una riforma che va nella direzione di un rafforzamento del potere esecutivo sugli altri poteri borghesi (in questo caso la magistratura), funzionale al rafforzamento di elementi di bonapartismo.
In questo senso, questa controriforma non è differente da altre promosse dal «centrosinistra» (come la riforma costituzionale di Renzi bocciata dal referendum nel 2016), e si inscrive totalmente nel disegno borghese di rafforzare lo Stato per tutelare ancora meglio gli interessi degli sfruttatori.
La giustizia borghese non può essere né giusta né indipendente
Questa controriforma non cambia in maniera qualitativa l’ordinamento della giustizia borghese. Tuttavia, il dibattito pubblico si è concentrato su tecnicismi e ragioni degli schieramenti borghesi contrapposti del «Sì» e del «No». Mancano quindi nel dibattito le ragioni di classe per cui il proletariato dovrebbe opporsi a questa controriforma, che non sono quelle indicate dagli intellettuali di «sinistra» appartenenti al campo borghese del «No».
Da marxisti siamo a ribadire che il potere giudiziario non è un arbitro neutrale al di sopra delle classi, ma un apparato dello Stato borghese, nonché un importante strumento di legittimazione della repressione verso i lavoratori e le lotte operaie, come si è visto anche recentemente con la persecuzione giudiziaria contro attivisti pro-Palestina.
In entrambe le configurazioni organizzative della magistratura (quella vigente o quella uscente da un’eventuale conferma referendaria) il potere giudiziario rimane — e rimarrà! — uno strumento di repressione nelle mani della classe dominante. I lavoratori su questo non devono farsi illusioni né riporre le loro aspettative nella legge borghese, scritta per difendere gli sfruttatori e il loro ordine sociale.
Le nostre indicazioni
Chiarire quella che per noi è la questione centrale, ossia il carattere di classe e la natura repressiva della magistratura nella società capitalista divisa in classi, è un passaggio fondamentale per capire cosa dobbiamo fare. La giustizia borghese non è ingiusta a causa della sua struttura organizzativa: è ingiusta perché è borghese, parte di quello Stato che è strumento di dominio di una classe su un’altra. Per questo motivo l’unica via per il proletariato sarà la lotta di classe e il ribaltamento dei rapporti di forza: alla giustizia borghese noi dobbiamo rispondere con la lotta per rivendicare una democrazia reale, quella proletaria, possibile solo strappando il potere dalle mani sporche dei capitalisti.
Tuttavia il carattere reazionario della riforma Nordio, rispetto all’impianto di una Costituzione borghese che, per certi versi, è abbastanza avanzata poiché è il sottoprodotto delle lotte operaie che hanno animato la Resistenza antifascista, una rivoluzione tradita (dallo stalinismo), ci impone di contrastare questa controriforma con la lotta di classe a tutto campo e su tutti i fronti, compreso quello referendario, che deve collocarsi come accessorio e ausiliario al rilancio degli scioperi e delle mobilitazioni, contro il governo Meloni reazionario e di estrema destra, che oltre a realizzare i progetti di un restringimento ulteriore degli spazi democratici per i lavoratori e i giovani, sanziona gli scioperi e reprime le lotte, incarcera i compagni palestinesi attivisti sulla base dei dossier forniti dal Mossad e vuole criminalizzare le proteste contro l’entità sionista di «Israele», equiparando, con l’appoggio delle false opposizioni borghesi, l’antisionismo all’antisemitismo.
Il partito di Alternativa comunista dà quindi indicazione di votare No, con la consapevolezza che per dare concretezza alla battaglia per tutelare gli spazi di lotta serve una mobilitazione permanente a oltranza, costruendo uno sciopero generale di massa che mandi a casa il governo Meloni, per un governo dei lavoratori in un sistema socialista, unica via per una giustizia giusta, che le galere le riserverà ai capitalisti che hanno depredato l’umanità, saccheggiato i territori, oppresso i popoli e avvelenato l’ambiente.




















