Partito di Alternativa Comunista

Non esiste una posizione neutrale di fronte alla guerra di aggressione contro l’Ucraina

Non esiste una posizione neutrale

di fronte alla guerra di aggressione contro l’Ucraina

 

Solo a partire dall’appoggio alla resistenza ucraina si possono combattere Nato, Usa e Ue

 

 

di Felipe Alegría*

 

La guerra scatenatasi dopo l’invasione russa, come avviene in tutte le guerre, ha dato origine ai giudizi e alle posizioni più disparate e divide le società, compresi quanti si presentano come «di sinistra» e difensori della pace.
L’invasione russa ha innescato un movimento di massa di rifiuto della guerra e di difesa della pace, ancora di più quando i gerarchi mondiali sono arrivati a parlare di rischi di conflitto nucleare. Il «no alla guerra» significa, per la grande maggioranza, sdegno verso la brutale invasione russa e simpatia aperta per le masse popolari ucraine che vengono massacrate. Condividiamo pienamente questo sentimento e, allo stesso tempo, non siamo d’accordo con quelle correnti politiche che, anche rivendicando il pacifismo, si collocano in una posizione neutrale in nome del fatto che «tutte le guerre sono uguali».
Non tutte le guerre sono uguali, allo stesso modo in cui non è la stessa cosa dire «no alla guerra» a Mosca oppure nelle grandi capitali dell’Ue. A Mosca questa parola d’ordine non ha nulla di neutrale: significa contrastare apertamente l’invasione delle truppe del proprio Paese e, di conseguenza, porsi al fianco della resistenza ucraina. A Madrid [o a Roma, ndt], se non viene accompagnato da un chiaro appoggio al popolo ucraino significa opporsi alla guerra «in generale», senza capire che non ci può essere una pace degna di tale nome senza la sconfitta dell’invasione russa.
Per questo quando inizia un conflitto militare è così importante definire la sua natura, perché da ciò dipende la posizione da adottare.

 

L’invasione russa è una guerra di aggressione nazionale contro l’Ucraina

Lenin, di fronte a una guerra, si chiedeva: «Si può spiegare una guerra senza metterla in relazione con la politica precedente di questo o quello Stato, di questo o quel sistema di Stati, di questa o quella classe [sociale]? – e concludeva – «questa è la questione cardinale, che sempre si dimentica, e la cui incomprensione fa sì che, di dieci discussioni sulla guerra, nove risultano una disputa vana e una mera prolissità». Queste erano le sue domande: «Qual è il carattere di classe della guerra, perché è scoppiata, quali classi la sostengono, quali condizioni storiche e storico-economiche le hanno dato origine?».
Ciò che abbiamo davanti agli occhi è una guerra di aggressione nazionale da parte della seconda potenza militare del mondo contro una nazione molto più debole che vuole sottomettere con la violenza, con metodi di estrema crudeltà. L’Ucraina, nel corso della sua storia, a parte il breve periodo iniziale dell’Urss quando Lenin era vivo, ha vissuto soggiogata, prima dallo zarismo e poi dalla burocrazia stalinista.
L’intervento russo in Ucraina è in continuità con la guerra e l’occupazione sanguinaria della Cecenia, con l’intervento militare russo in Georgia, con l’appoggio diretto al dittatore Lukašėnka in Bielorussia, con l’annessione della Crimea e l’occupazione del Donbass, con l’intervento militare in Kazakistan nel mese di gennaio quest’anno per soffocare una rivolta popolare contro la dittatura filorussa.
Le conferenze stampa di Putin con sullo sfondo l’immagine di Caterina la Grande, grande figura dell’impero russo nel XVIII secolo, sono tutte una dichiarazione di intenzioni. La natura di questo conflitto è una guerra di aggressione nazionale, il cui fine è il controllo militare, economico e politico di un Paese che è un enorme granaio, ha una posizione geografica fondamentale per il passaggio energetico e commerciale, una dimensione e risorse che il Cremlino giudica essenziali per il suo progetto capitalista di una Grande Russia.
L’invasione riflette, paradossalmente, la debolezza economica del capitalismo russo, economicamente dipendente e dominato da un pugno di oligarchi il cui ruolo nella divisione mondiale del lavoro si riduce a quello di fornitore energetico. Tuttavia, il capitalismo russo è, allo stesso tempo, una superpotenza militare nucleare erede dell’Urss che, per preservare i suoi interessi come potenza in quello che considera il proprio spazio vitale, deve ricorrere alla forza militare, con la quale sostiene dittature vassalle.
Di fronte a una guerra di aggressione nazionale come quella attuale, l’unica posizione legittima dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice internazionale è la solidarietà e l’appoggio alla resistenza delle masse popolari ucraine per sconfiggere l’aggressione imperiale russa. Per questo dobbiamo stare nel campo militare del popolo ucraino. Questo è quello che ci ha insegnato Lenin quando scrisse: «Se, per esempio, il Marocco dichiarasse guerra alla Francia, l’India all’Inghilterra, la Persia o la Cina alla Russia ecc., queste guerre sarebbero guerre “giuste”, “difensive”, indipendentemente da chi abbia attaccato per prima, e tutti i socialisti simpatizzerebbero con la vittoria degli Stati oppressi, dipendenti, lesi nei loro diritti, sulle grandi potenze che opprimono, schiaviste e sfruttatrici».[1]
È nello stesso senso che Lev Trotsky scriveva nel 1937: «Noi non poniamo - e non abbiamo mai posto - tutte le guerre sullo stesso piano. Marx ed Engels sostenevano la lotta rivoluzionaria degli irlandesi contro la Gran Bretagna, dei polacchi contro lo zar, anche se in queste due guerre nazionaliste i dirigenti erano, per la maggior parte, membri della borghesia e a volte anche dell’aristocrazia feudale… in ogni caso dei cattolici reazionari».[2]

 

La guerra di Putin non ha niente di «antimperialista»

Non vale la pena polemizzare con quanti appoggiano Putin perché è un «comunista», perché il loro ragionamento risponde, più che ad un’argomentazione politica seria, a qualche linea sconnessa nel cervello.
Ci sono altri, tuttavia, che arrivano alla stessa conclusione di appoggio alla brutale aggressione di Putin ricorrendo alla «teoria dei campi», tanto cara allo stalinismo, che la sostiene da quasi un secolo. Secondo Stalin, il mondo era diviso in due grandi campi, il «campo progressista», che era quello degli alleati della burocrazia del Cremlino, e quello reazionario, che era quello di chi stava loro contro. In realtà, la composizione dei campi variava in funzione degli interessi diplomatici di Stalin. Negli anni Trenta del secolo scorso, i suoi primi alleati furono l’imperialismo britannico e francese; dopo, dall’aprile 1939 al giugno 1941, furono i nazisti. Dopo, in seguito all’invasione nazista dell’Urss, i suoi alleati diventarono gli Usa e la Gran Bretagna, situazione che durò fino alla cosiddetta Guerra fredda. Allora si stabilì la cosiddetta «coesistenza pacifica», con due presunti campi consolidati: il «campo della pace», progressista, all’ombra del Cremlino, e il campo imperialista, guidato dagli Stati Uniti. Naturalmente, la posizione di fronte a qualsiasi contesa internazionale non derivava dalla natura e dagli interessi di classe nel conflitto, ma era in funzione dell’«amicizia» con la burocrazia del Cremlino.
Ora, decenni dopo la restaurazione del capitalismo in Cina e Russia, i difensori della teoria dei campi continuano a sostenere che ciò che caratterizza un «antimperialista» è stare nel «campo opposto alla Nato». In base a questa argomentazione, appoggiano (o minimizzano) la guerra di aggressione di Putin. Tuttavia, in realtà, non siamo di fronte a un problema ideologico, perché queste teorizzazioni si basano su regimi capitalisti reazionari e antipopolari come quelli di Cuba, Nicaragua, Venezuela o la teocrazia iraniana, che cercano protezione della Russia di Putin e nella Cina di Xi Jinpin che alcuni, certamente, hanno trasformato in niente di meno che il «socialismo reale» dei nostri giorni.
In realtà, appoggiando la guerra di aggressione di Putin, queste forze favoriscono la Nato e le potenze imperialiste, permettendo loro di apparire come difensori del popolo ucraino e, come dice il manifesto della sinistra socialista russa, dando loro «giustificazioni per posizionare missili e basi militari lungo i nostri confini»,[3] per finanziare un riarmo indecente.

 

La giustificazione per cui l’Ucraina è un «regime nazista» è una follia

Mentre Putin, grande amico dell’estrema destra internazionale, utilizza i metodi che utilizzò la Wehrmacht di Hitler, la propaganda russa, ripresa dalle organizzazioni di origine stalinista (e non solo), ha cercato di giustificare la sua aggressione con «il carattere nazista» del regime ucraino, presieduto, in realtà, da un ebreo che parla russo. Per «dimostrarlo» usano le foto del Battaglione Azov, forza paramilitare formata per la maggior parte da militanti di organizzazioni di estrema destra ucraine come Pravy Sektor e Svoboda.
È noto che le grandi menzogne, per avere un minimo di credibilità, devono contenere elementi di verità. Chiaramene ci sono organizzazioni di estrema destra in Ucraina, anche che si definiscono naziste, e in diversi casi hanno, o hanno avuto, legami con l’esercito e con gli oligarchi. L’Ucraina non è un’eccezione in Europa: anche qui [Spagna, ndt] l’estrema destra ha fatto iniziative partecipate. Tuttavia, è necessario riconoscere che la sua influenza sociale e il suo peso politico in Ucraina sono molto inferiori a quelli di molti altri Paesi europei. La Coalizione nazionale dell’estrema destra che si è presentata alle elezioni generali del 2019 ha ottenuto il 2,15% dei voti e non ha ottenuto nessun seggio; alle ultime elezioni presidenziali, il candidato di Svoboda, Koshulynskyi, si è fermato all’1,6%. I proporzione, se applicassimo la regola del tre,[4] Stato spagnolo, Francia, Italia e Germania sarebbero ultranaziste.
La propaganda filo-Putin, inoltre, tace sulla presenza di combattenti di estrema destra e nazisti confessi nelle milizie filorusse del Donbass, come il celebre Battaglione Vostok, del quale fanno parte monarchici russi nostalgici dell’impero zarista, militari che sfoggiano tatuaggi nazisti, ex-membri della Legione straniera francese e volontari dell’estrema destra serba e di altri Paesi dell’Europa centrale.
Questi gruppi filonazisti, dell’uno e dell’altro tipo, sono legati fin dalla loro nascita a diversi oligarchi sorti dal saccheggio mafioso dell’economia del Paese, quando il capitalismo venne restaurato per iniziativa del vecchio partito stalinista. Questi oligarchi, allo stesso tempo, si stavano scontrando per i propri affari, orientati alcuni verso la Russia e altri verso l’Ue. È il caso dei filorussi Rinat Ajmétov, magnate dell’acciaio e delle miniere del Donbass, e di Viktor Medvedchuk, padrino di una figlia di Putin, finanziatori dei gruppi paramilitari filorussi del Donbass. O quello di Igor Kolomoiski, di origine ebrea e noto sionista, cofondatore di Privat bank, con attività nel settore del petrolio e del gas e padrone dei grandi mezzi di comunicazione, finanziatore del gruppo fascista Pravy Sektor.
Pretendere di giustificare l’aggressione militare contro l’Ucraina in nome della lotta al nazismo, come fanno Putin e i suoi corifei, è un insulto all’intelligenza, una ripugnante banalizzazione della barbarie che ha rappresentato il regime nazista e un insulto ai milioni di vittime russe e ucraine che lo hanno sperimentato.

 

L’invasione russa dell’Ucraina non è una guerra tra potenze imperialiste

Non mancano correnti che, respingendo l’aggressione di Putin, finiscono per giustificarla perché «la Nato ha provocato la Russia». Dicono quindi che siamo di fronte a uno scontro tra potenze imperialiste, di fronte al quale si dichiarano «neutrali», mentre rivendicano «la pace».
Certo, nessuno po' negare che la Nato sia, tra le altre cose, uno strumento di espansione dell’imperialismo nordamericano ed europeo verso l’Europa, con intenti di rapina. Allo stesso modo, la pretesa di Putin con la sua aggressione all’Ucraina è negoziare con le grandi potenze imperialiste occidentali una posizione favorevole per il capitalismo russo in quello in quello che considera il suo spazio vitale. L’aggressione militare, da un lato, non è che un riflesso della profonda crisi dell’ordine imperialista mondiale, che è scoppiata precisamente nel suo anello più debole.
Ma, anche così, non è accettabile ridurre la brutale guerra di aggressione nazionale contro l’Ucraina a una astrazione geopolitica mondiale. Siamo di fronte a una guerra di aggressione nazionale assolutamente diseguale tra la seconda potenza militare del mondo e una nazione oppressa e molto più debole. E questo significa che il primo dovere internazionalista, su cui si basano tutti gli altri, è prendere parte per le masse popolari ucraine e aiutarle a sconfiggere l’aggressione militare russa. Senza questo, ogni proclamazione di ripudio all’invasione e di difesa della pace sono parole vane.
Non è lecito confondere una guerra di aggressione nazionale con un conflitto militare tra potenze imperialiste per spartirsi il mondo. Se fosse così, come fu il caso della Prima guerra mondiale, non ci allineeremmo con nessuna delle potenze in conflitto e, così come fecero Lenin e gli internazionalisti, lungi dal rimanere neutrali, sosterremmo il disfattismo rivoluzionario («la sconfitta del proprio imperialismo è il male minore») e lotteremmo per «trasformare la guerra inter-imperialista in guerra rivoluzionaria di classi».

 

Non è possibile dirsi contro l’aggressione militare russa e opporsi all’invio di armi alla resistenza per difendersi

C’è un importante settore della cosiddetta sinistra che dice che respinge l’aggressione e chiede il ritiro delle truppe russe. Tuttavia, mentre parlano di solidarietà con le masse popolari ucraine massacrate, si rifiutano di schierarsi al lato dell’Ucraina per la sconfitta della potenza aggreditrice mentre le truppe russe continuano ad assediare le città e a compiere massacri.
Un aspetto particolarmente polemico è quello dell’invio di armi alla resistenza, cosa a cui questa sinistra si oppone frontalmente, mentre manifesta la sua indignazione perché i governi dell’Ue hanno infine deciso di inviare armi agli ucraini.
È vero che l’Ucraina non riceve lo stesso trattamento dei palestinesi sotto la barbarie sionista, o delle vittime del genocidio del regime siriano. Ed è un’aberrazione umana la discriminazione ai rifugiati ucraini di origine africana e asiatica alle frontiere dell’Ue. È anche certo che l’invio di armi è frutto di un calcolo strategico interessato dei governi dell’Ue: lo hanno fatto quando l’inaspettata resistenza ucraina ha sconfitto la guerra lampo che tutti prevedevano, quando la ferocia russa ha provocato un’ondata di indignazione popolare nei loro Paesi e quando hanno subodorato la sconfitta strategica di Putin per così porsi in una buona posizione per poi appropriarsi delle risorse dell’Ucraine (senza dimenticare quelle della Russia).
Ci sono, senza dubbio, due pesi e due misure e un’enorme ipocrisia nelle politiche dei governi degli Usa e dell’Ue. Tuttavia, utilizzare l’indignazione nei confronti di ciò per negare l’invio di armi a un popolo che viene massacrato dalla seconda potenza militare del mondo, lungi dal correggere un’ingiustizia, la aggrava ulteriormente. Quello che bisogna fare è il contrario: denunciare l’ipocrisia dei governi e rivendicare l’invio di armi anche ai palestinesi, ai ribelli birmani o ai combattenti sahrawi.
L'ipocrisia dei governi non conosce limiti. Un esempio chiaro di questo è ciò che fa il governo di coalizione spagnolo di Sanchez, che giustifica il suo allineamento con la Nato a difesa della sovranità nazionale ucraina e, allo stesso tempo, sacrifica nettamente la sovranità nazionale delle masse popolari sahrawi per consegnarla alla monarchia reazionaria marocchina. Sanchez ha fatto anche molto rumore per l’invio di armi all’Ucraina, però queste non sono state solo scarse, ma anche di dubbia efficacia: le migliori che sono state inviate, 1.370 lanciagranate C-90, sono armi anticarro monouso. Le altre armi inviate, un numero indeterminato di mitragliatrici modello Ameli, si inceppano e quindi l’esercito le ha dismesse. Bisogna rivendicare maggiori e migliori armi per la resistenza ucraina.
Ovviamente, stiamo parlando dell’invio incondizionato di armi perché le masse popolari ucraine si difendano dall’aggressione. Armi che devono essere inviate incondizionatamente e che, oltre all’esercito ucraino, devono assicurare l’armamento generalizzato dei lavoratori e della popolazione civile. Ci opponiamo con nettezza, allo stesso tempo, all’invio di truppe della Nato, dato che la loro presenza può servire solo per trasformare l’Ucraina in una semi-colonia militare e privarla della sua sovranità.
Negli anni Trenta del secolo scorso, Lev Trotsky, polemizzando su un ipotetico invio di armi da parte dell’Italia di Mussolini a una insurrezione algerina contro l’imperialismo francese, non aveva alcun dubbio che questa dovrebbe venire appoggiata, senza che questo significasse allentare di un solo millimetro la battaglia contro il fascismo italiano. Anche ora si tratta di questo.
Dopo la decisione del governo spagnolo di inviare armi all’Ucraina, la direzione di Podemos – che fa parte di tale governo – l’ha criticata pubblicamente in nome della «difesa della pace», contrapponendo la «via diplomatica» all’«ardore bellicista», ovviamente senza prendere posizione a sostegno delle masse popolari ucraine. Tuttavia, Podemos – per un po’ di tempo grande referente della «nuova» sinistra europea – da più di due anni fa parte di un governo che fa parte della Nato, ospita basi americane, ha truppe in campo in missioni della Nato e non ha smesso di vendere armi alle dittature più odiose come l’Arabia saudita. Finora non aveva aperto bocca. Non aveva avuto nessuna remora quando ha integrato in prima linea l’ex capo dello Stato maggiore della difesa ed ex-responsabile dell’armamento spagnolo nella Nato. Ovviamente, come è uso tra i dirigenti di Podemos, «esprimevano solo un’opinione», dato che «la politica estera è responsabilità del presidente». Prima di tutto salvaguardare le poltrone. Richiama l’attenzione, tuttavia, che alcune forze di sinistra di Madrid, tra cui alcune considerate di sinistra radicale e qualche sindacato alternativo, stanno facendo appello a costruire una Assemblea popolare contro la guerra, riproducendo il vuoto pacifismo di Podemos.

 

Le sanzioni economiche devono essere per gli oligarchi russi e il loro governo

Ci sono dubbi tra quanti si oppongono all’aggressione russa se appoggiare le sanzioni che stanno applicando Usa e Ue, che stanno avendo un alto costo sociale e non servono per fermare la macchina da guerra di Putin. Il prezzo che stanno pagando i lavoratori in Russia è molto elevato: caduta del rublo, forti aumenti dei prezzi, scarsezza, denaro costoso. Ed è solo il principio, perché sta per iniziare un processo generalizzato di chiusura delle imprese [tutto ciò, tra l’altro, sta aumentando la popolarità di Putin, ndt].
Dall’altro lato, gli oligarchi, che Putin rappresenta, nonostante la propaganda fallace dei nostri governi, non si vedono realmente colpiti nei beni che hanno saccheggiato. Ed è qui, tuttavia, dove Putin può e deve essere colpito per farlo retrocedere. Secondo alcuni studi,[5] i grandi oligarchi russi hanno depositato nei Paesi occidentali una ricchezza equivalente all’85% del pil russo. Tuttavia, i governi delle potenze imperialiste non si appropriano di queste fortune, perché influenti impresari e politici occidentali condividono affari con questi oligarchi, e perché farlo significa attaccare le grandi istituzioni finanziarie che lavano il loro denaro, allo stesso modo in cui lo fanno con quello dei magnati occidentali, appoggiandosi nella stessa legislazione permissiva.
Al posto di colpire le masse lavoratrici russe come stanno facendo, i governi di Stati Uniti e dell’Ue dovrebbero confiscare le grandi fortune degli oligarchi e metterle a disposizione dell’armamento delle masse popolari ucraine, per la ricostruzione del Paese, per destinarle alle masse lavoratrici russe. Ripudiamo inoltre le rappresaglie che determinate istituzioni stanno prendendo in Paesi dell’Ue contro cittadini russi per il solo fatto di essere tali, come per esempio chiudendo le loro esposizioni d’arte [lo stesso sta avvenendo in Italia con la cultura russa, ndt].

 

La solidarietà materiale con i lavoratori ucraini e l’ipocrisia di Usa e Ue

In parallelo, dobbiamo favorire e appoggiare le azioni di boicottaggio che intraprenderanno i lavoratori attraverso le loro organizzazioni. Per esempio, nella raffineria Ellesmere, nel Cheshire in Inghilterra, hanno rifiutato di scaricare il petrolio proveniente dalla Russia, replicando quanto avevano fatto i lavoratori del gasdotto nel Kent e in alcuni porti nei Paesi Bassi.
Allo stesso tempo, dobbiamo costruire una solidarietà materiale diretta con i lavoratori che resistono in Ucraina e con i rifugiati ucraini, a prescindere dalla loro origine. Appelli come quello di Yuri Petrovich Samoilov, presidente del sindacato indipendente di minatori Krivoy Rog, sono un passo speranzoso in questo senso. Per questo appoggiamo risolutamente la campagna di solidarietà intrapresa dalla Lit-Quarta Internazionale e da altre organizzazioni in risposta a questo appello.
Per Nato, Usa e Ue, la sovranità e l’integrità della nazione ucraina sono solo pedine nei loro giochi di potere. Non li si può combattere, né denunciare la loro ipocrisia, se non dalle trincee della resistenza ucraina Sappiamo che per la Nato, gli Usa e l’Ue, le vite delle masse popolari ucraine sono solo delle pedine nei loro giochi di potere. Non dubitiamo ce non esiteranno a sacrificare le rivendicazioni nazionali ucraine sulla scacchiera dei loro interessi geopolitici. Le trattative portate avanti da Zelensky puntano ad un accordo in divenire in questo senso.
Sappiamo che la Nato è stato ed è il braccio militare dell’imperialismo per avanzare verso l’est europeo, preservare il suo ordine mondiale e soffocare le rivolte che lo mettono in discussione. Non c’è un solo esempio storico in cui la Nato abbia giocato il ruolo di liberatrice. La ex-Jugoslavia, l’Iraq, la Siria o l’Afghanistan sono buone maestre in questo. La classe lavoratrice e le masse popolari d’Europa non sono più sicure né protette da questa alleanza militare e ancora meno con il riarmo che stanno mettendo in atto.
Non vogliamo truppe della Nato sul suolo dell’Ucraina né in nessun altro lato, respingiamo la corsa alle armi scatenata dai governi imperialisti ed esigiamo lo scioglimento della Nato, la chiusura delle sue basi, lo smantellamento dell’arsenale nucleare e del resto delle armi di distruzione di massa.
Non abbiamo dubbi sul fatto che la Nato e l’Ue da un lato e la Russia dall’altro vogliano colonizzare l’Ucraina. Ma non si può fare confusione sui tempi. Ciò che c’è ora non è un’invasione della Nato, ma della Russia di Putin, di fronte alla quale dobbiamo appoggiare le masse popolari ucraine. È solo mettendosi a fianco della resistenza ucraina che potremo smascherare le menzogne e l’ipocrisia della Nato e dei suoi governi. Non c’è altra maniera.
Senza dimenticare che, alla fine, l’Ucraina, una grande nazione europea rinchiusa tra il capitalismo imperiale della Russia da un lato, e gli imperialisti di Nato e Ue dall’altro, con entrambe le parti molto più forti e interessati a sottometterla e controllarla, non riuscirà a recuperare né a mantenere in maniera durevole la sua integrità e la sua sovranità nazionale se non come parte di una libera unione di liberi popoli d’Europa, o, che è lo stesso, degli Stati uniti socialisti d’Europa, costruiti sopra le rovine dell’Ue e del capitalismo russo.

 

Non si può combattere la politica filo-imperialista di Zelensky se non dal campo militare ucraino

Allo stesso modo in cui non possiamo smascherare la Nato senza collocarci nel campo ucraino, non possiamo nemmeno combattere politicamente Zelensky e gli oligarchi ucraini senza impegnarci pienamente nella difesa dell’Ucraina dall’aggressione russa.
C’è chi dice che non possiamo appoggiare la resistenza ucraina, e ancor meno chiedere l’invio di armi, perché il governo di Zelensky è filo-imperialista. È un ragionamento profondamente sbagliato. È vero che Zelensky è filo-imperialista, che è associato agli oligarchi filoccidentali, che è partigiano della consegna del Paese alla Nato e ai capitalisti dell’Ue e che, prima dell’invasione, il suo governo sosteneva il piano del Fmi che impoveriva la popolazione e prevedeva la vendita massiccia di terre al capitale straniero per pagare l’illegittimo debito [estero, ndt] ucraino. Ma è ugualmente vero che è il governo Zelensky che dirige la difesa di fronte alle truppe russe e che non c’è altra maniera di smascherarlo e di costruire una forza socialista vincente se non essendo «i migliori combattenti» contro l’aggressione russa. In caso contrario, è tutto un vuoto proclama che favoriscono l’aggressore.
È così, d’altra parte, che hanno agito i trotskisti durante la Guerra civile spagnola, dove ci collocammo nel campo militare della repubblica e rivendicammo, di fronte alla politica del «non intervento» di Francia e Inghilterra, che venissero inviate armi. E lo facemmo mentre il governo repubblicano si impegnava a smantellare le conquiste rivoluzionarie dell’inizio della guerra. Solo diventando i migliori soldati potemmo denunciare la politica filo-borghese del governo repubblicano, lottare per ottenere la maggioranza e, allora sì, sostituirlo con un governo rivoluzionario.

 

*Corriente roja (Stato Spagnolo) e Direzione europea della Lit-Quarta Internazionale

 

 

[1] Lenin, Il socialismo e la guerra, 1915.

[2] L. Trotsky, «Sulla guerra sino-giapponese», lettera a Diego Rivera, 23 settembre 1937.

[3] https://jacobinmag.com/2022/03/russia-ukraine-antiwar-socialism-communism-opposition

[4] Regola matematica per calcolare le proporzioni, ndt.

[5] Novokment, Piketty e Zucman

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